Fino al 2015, ogni razzo che partiva era un oggetto da buttare. Il primo stadio, la parte più grande e costosa, finiva in mare dopo tre minuti di volo. Il 21 dicembre 2015 un Falcon 9 di SpaceX ha riportato a terra il suo primo stadio in verticale, intatto. Da allora l'economia dell'accesso allo spazio è un'altra, e l'Europa non l'ha ancora raggiunta.

Cosa vuol dire riutilizzare un razzo

Un lanciatore è fatto di stadi che si accendono in sequenza e si separano. Il primo stadio contiene la maggior parte dei motori e del propellente: è circa il 60-70% del costo di costruzione. Nel modello tradizionale si distrugge a ogni volo. Nel modello riutilizzabile, dopo la separazione, il primo stadio rallenta con i propri motori, rientra in atmosfera, si orienta con alette e si posa su gambe di atterraggio, a terra o su una chiatta in mare. Qualche settimana dopo vola di nuovo.

Per riuscirci servono tre cose che i razzi tradizionali non hanno: motori capaci di riaccendersi più volte in volo e di regolare la spinta, un sistema di controllo che guidi un cilindro alto quaranta metri fino a un punto preciso, e una struttura che sopporti il rientro senza riparazioni costose. La chiave economica è l'ultima: se rimettere a nuovo lo stadio costa quasi quanto costruirlo, il riutilizzo non conviene. Lo Space Shuttle, tecnicamente riutilizzabile, fallì proprio su questo.

I numeri che hanno cambiato il mercato

SpaceX non pubblica i costi interni, ma i prezzi di listino e le dichiarazioni dell'azienda permettono una stima. Un Falcon 9 nuovo è venduto intorno a 70 milioni di dollari; il costo marginale di un lancio con stadio già usato è stato indicato dall'azienda in una frazione di quella cifra. In termini di prezzo al chilogrammo in orbita bassa, si è passati da oltre 10.000 dollari dell'era dello Shuttle a circa 3.000 dollari di listino per Falcon 9, e molto meno per i lanci interni di Starlink.

Ma il dato decisivo non è il prezzo, è la cadenza. Un singolo primo stadio Falcon 9 ha superato i venti voli; la flotta ha effettuato quasi 700 lanci in totale, con oltre 150 nel solo 2025. Nessun altro operatore al mondo arriva a un decimo. La riutilizzabilità ha reso possibile Starlink, perché nessuno avrebbe potuto permettersi di lanciare 11.000 satelliti pagando ogni razzo per intero, e Starlink, a sua volta, finanzia i lanci. È un circolo che chi parte da zero fatica a innescare.

Il passo successivo, Starship, punta alla riutilizzabilità completa di entrambi gli stadi, con un carico utile di oltre 100 tonnellate. Dopo una serie di test con esiti alterni, nel 2026 è ancora in fase di sviluppo: il suo impatto, se funzionerà, sarà di un altro ordine di grandezza.

Dove sta l'Europa

La risposta onesta: nessun lanciatore orbitale riutilizzabile europeo esiste, né esisterà prima del 2027-2028 nel migliore dei casi.

Ariane 6, il lanciatore pesante entrato in servizio nel luglio 2024, è stato progettato nel 2014 come razzo a perdere, scelta discussa già allora. Nel 2026 ha completato con successo i primi voli della versione più potente, la 64 con quattro booster, lanciando i satelliti della costellazione Kuiper di Amazon. Funziona, e garantisce all'Europa l'accesso autonomo allo spazio che aveva perso con la fine di Ariane 5 e l'uscita dei Soyuz russi. Ma costa per ogni volo quello che un Falcon 9 costa per il primo, e la sua cadenza si conta in unità all'anno, non in decine.

Themis è il dimostratore ESA di primo stadio riutilizzabile, sviluppato da ArianeGroup con il motore a metano Prometheus. Il primo prototipo è sulla rampa dello spazioporto svedese di Esrange dal settembre 2025, in attesa del primo "salto" a bassa quota. Era previsto nel 2022 quando il programma fu avviato; a giugno 2026 non risultava ancora effettuato. È il primo stadio di un percorso che dovrebbe portare ad Ariane Next, il successore parzialmente riutilizzabile di Ariane 6, che non ha né un finanziamento confermato né una data.

MaiaSpace, controllata da ArianeGroup, sviluppa Maia, un piccolo lanciatore con primo stadio recuperabile su chiatta, fino a 500 kg in orbita sole-sincrona nella versione riutilizzabile. Il primo volo, annunciato per il 2026, è slittato al 2027.

La European Launcher Challenge è il tentativo dell'ESA di replicare il modello americano: finanziare aziende private in gara, non un unico contraente. Alla Ministeriale di Brema del novembre 2025 sono stati stanziati i fondi per i candidati selezionati: Isar Aerospace e Rocket Factory Augsburg (Germania), PLD Space (Spagna), MaiaSpace (Francia). La britannica Orbex, inizialmente inclusa, è entrata in amministrazione controllata nel febbraio 2026 e si è ritirata. Per confermare la selezione, ciascuna deve compiere un lancio orbitale riuscito entro il 2027. Nessuna delle quattro parte con un razzo riutilizzabile: il riutilizzo arriverà, se arriverà, nelle versioni successive.

E l'Italia

L'Italia è nella posizione più particolare. Vega C, costruito da Avio a Colleferro, è un lanciatore a propellente solido: i suoi stadi sono grandi tubi pieni di combustibile che brucia come un fiammifero, senza possibilità di spegnere, riaccendere o regolare. Per definizione non sono riutilizzabili. È una tecnologia affidabile, economica da costruire in piccole serie e strategicamente preziosa (gli stessi motori equipaggiano gli Ariane), ma è fuori dalla corsa al riutilizzo.

Avio lo sa, e lavora su due fronti: Vega E, la prossima versione con uno stadio superiore a metano e ossigeno liquido (il motore M10), primo passo verso la propulsione liquida; e la partecipazione ai programmi ESA sui motori a metano. La domanda per i prossimi anni è se l'Italia voglia un proprio lanciatore riutilizzabile, costoso e lungo da sviluppare, o preferisca presidiare la nicchia dei piccoli carichi e dei motori solidi, dove ha un vantaggio reale. Il governo ha più volte ribadito che il lanciatore nazionale è una priorità strategica, ma un lanciatore riutilizzabile nazionale non è oggi in nessun piano pubblico.

Perché l'Europa è in ritardo

Non per incapacità tecnica: i motori riaccendibili, il controllo di volo e il rientro atmosferico sono competenze che l'industria europea possiede. Le ragioni sono tre, e sono tutte di sistema.

Il ritorno geografico. Ogni programma ESA distribuisce il lavoro tra i paesi in proporzione a quanto versano. È un meccanismo giusto per la coesione, pessimo per l'efficienza: SpaceX costruisce quasi tutto in due stabilimenti; Ariane 6 in tredici paesi.

La domanda. Un razzo riutilizzabile conviene se vola spesso. L'Europa lancia poche decine di missioni istituzionali l'anno e non ha una costellazione propria da mettere in orbita, almeno fino a IRIS². SpaceX ha creato la propria domanda.

La decisione del 2014. Quando Ariane 6 fu approvata, SpaceX aveva già annunciato il riutilizzo ma non lo aveva ancora dimostrato. L'Europa scelse la strada sicura. Il primo atterraggio di un Falcon 9 avvenne un anno dopo, e il progetto Ariane 6 era già troppo avanti per cambiare.

Cosa guardare

  • Il primo salto di Themis a Esrange: finché non vola, il programma riutilizzabile europeo è sulla carta.
  • Il primo lancio orbitale di uno dei quattro della Launcher Challenge, entro il 2027: Isar Aerospace è la più vicina.
  • La cadenza di Ariane 6 nel 2027: se supera i dieci lanci l'anno, l'Europa ha un vettore che regge; se resta sotto, i costi per volo restano fuori mercato.
  • Le decisioni sul motore M10 e Vega E di Avio, e se a Colleferro si parlerà mai di uno stadio che torna a terra.

Il riutilizzo non è un'opzione tecnologica tra le altre: è il motivo per cui un'azienda privata lancia più di tutte le agenzie spaziali del mondo messe insieme. L'Europa ha deciso di inseguire nel 2020; i primi risultati si vedranno nel 2027. Il conto di quegli anni, nel frattempo, lo pagano i committenti istituzionali europei a ogni lancio.


Fonti: Orbital Radar per i dati di lancio di Ariane 6 e il confronto con Falcon 9, ottobre 2026; New Space Economy sullo stato dei programmi riutilizzabili europei, giugno 2026; ESA, programma Themis.